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Fai finta di niente in paradiso oppure Capitolo 4

Fai finta di niente in paradiso oppure Capitolo 4

Fai finta di niente in paradiso.

“Una luce improvvisa illumina ciò che siamo,
anime in mutazione.
Perdonami estate perchè ho peccato d’inverno,
ed aspetto giullare la primavera.”

Questo scriveva Fregoli su una sorta di diario.
Più che un diario forse un fiume di parole gettate senza paura. Sul foglio solo un numero, nessuna data. Un Tre. Tre di cosa? Terzo capitolo? Terza parte di un evento, di un fotogramma, ma forse solo uno scarabocchio, ma descrive il momento in cui forse mio fratello si sia innamorato, e nel mio cuore quel numero credo fortemente simboleggi felicità, qualcosa di positivo.

– “Emma.”
– “Sì, è il mio nome” risponde.

Scherzi dicendo – “giuro che è il nome di quel personaggio delle favole”,
e lei coglie l’attimo, – “la madre di Alice”,
‘la sua bimba è nelle meraviglie’ pensi.

In realtà è stupendo il destino, perchè merito della tua curiosità, sfogliando e leggendo, a casa di una tua amica hai rivisitato la prima pagina del libro di Lewis Carrol, e quel nome ti è rimasto stampato nella memoria. E non sai perchè. Ti piace leggere le prime pagine dei libri quando decidi di volerne comperare uno. I libri a casa di amici poi stanno li pronti ad essere sfogliati per aprire una nuova mente. I libri ti scelgono. Il libro della tua vita ha scelto lei. Lo sai.

– “Mi avevi promesso una fiaba, però, Sir Fregoli”.
Sei già vestito medievale, quasi un giullare, lo si vede dal cappello, pura espressione della nostra indole.
– “Conosci la storia di Puck e la Stella d’argento?”, le domandi…
– “Mmm, non credo, Puck è sogno di una notte di mezza estate, ma non sapevo che Shakespeare avesse scritto qualcos’altro con quel personaggio…”
– “… e difatti non è così, è una storia che sta per essere inventata, e fa più o meno che c’era una volta uno gnomo triste della sua felicità, che voleva divenire felice della sua tristezza cercando di cogliere la rara stella d’argento…”

Ti vuoi sedere, e lei segue le tue intenzioni. Costruite una figura da macchie nere di Rorschach dallo strizzacervelli con le vostre sagome a cavallo di una panchina in marmo bianco senza schienale, da potervi guardare negli occhi alla vicinanza di un pensiero, leggendo una storia scritta nei suoi occhi.

Conosco mio fratello, avrà parlato per ore. E sono le tre. Forse quel tre è il giorno in cui si sono incontrati.

Tre anni dopo questo incontro rivedrai un’amica che avevi incontrato esattamente nel periodo in cui lei era andata in coma, dieci anni dopo l’equinozio di primavera dell’alba del nuovo millennio, il giorno dove l’amore puro si era incontrato, ricongiunto.

Eri circondato da comparse della tua vita che ti mostravano a nudo tutti i momenti della loro esistenza. Di come erano soli ed inseguivano i propri progetti, poi incontravano una donna con la quale costruire qualcosa, però nell’ottica sbagliata del dover a tutti i costi dimostrarsi capaci di essere laureati in ingegneria della vita.

E la frase che più ti dicevano spesso era: “Eh, ora sto bene eh, sono felice, però avrei potuto, avrei fatto, avrei detto”, e così via all’infinito…

Tu eri fuso nel plasma che crea un nucleo roccioso incandescente che si scontra, vorticando su se stesso fino a raggiungere temperature d’altoforno, con un altro macigno di egual potenza ma di opposta rotazione. Avresti potuto dire che stavi vivendo un sogno a fumetti ad occhi aperti, dove i tuoi mille obiettivi, le tue mille prospettive, le doti del talento e della genialità che ognuno possiede venivano studiate e reinterpretate a fino, grazie alla presenza di un cervello affine. Costruivi continuando ad edificare. Nulla poteva fermarvi. Splendevate di luce propria. Angeli in grida armoniche avrebbe detto Gianna.

E quella sera parlerai con la persona che ti ha conosciuto nel momento in cui tu avevi appena perso tutto questo. Dieci anni di poesia aulica contemporanea. Dissolta. Cenere di defunte anime sparsa all’incrocio dei venti. La guarderai e riconoscerai gli occhi di quella gente che fa parte già del futuro privo di Emma. Loro non l’hanno mai respirata, quella sera penserai che questo cambiava le persone, le rendeva migliori. Semplicemente guardarvi. Ammirarvi. Semplicemente bastava. Loro sono sfortunati e non potranno mai capire. E quella sera penserai un’altra cosa, la più importante. Sono tremilaseicentocinquantacinque giorni che lo spirito di gaya della terra ha ripreso il focolare della sua anima. Delle religioni o credi, è quello che reputi migliore per la visione dell’unico tuo possibile rincontro con lei. Sparire da qui. Riapparire immerso di nuovo in lei. Cercherai di non pensare alla cosa, ma la tua amica improvvisamente tirerà fuori dalle labbra una frase che non sai il perchè, ma resterà impressa nella tua testa:

– “Quindi c’è una parte di te divisa, una la ama come neanche ho letto nelle tragedie di Shakespeare, Romeo e Giulietta sono infanti a confronto. Un’altra sento che la odia, perchè una luce improvvisa a volte può anche illuminare solo rabbia e rancore. Cosa pensi di scegliere ora? Quale parte del destino scriverai? A quale istinto sceglierai di affidarti?”.

Ma adesso è ancora presto per parlare di Milena. Tardi per questa data che ricorda un avvento che sicuramente immagini dipinto in un qualche importante e non ancora portato alla luce muro maya, una raffigurazione che abbia già prescritto questo è una visione non proprio surreale, perchè questa è magia. Annusa di apocalisse.

– “Ascoltiamo la favola che narra questo sconosciuto personaggio venuto fuori dall’ombra”, sembra sussurrare il suo cuore. Le sue labbra ferme ti ricordano che le parole vengono strillate anche dagli occhi, e dai colori che assume l’aria quando attraversa quello spazio piccolo ma infinito che si crea quando questi occhi si incrociano ai tuoi. Potresti non cominciare mai questa fiaba e restare eternamente felice.

– “Lo gnomo proveniva da una parte della foresta ben nascosta da grosse pavlonie, dalle foglie enormi, come in nessun’altra parte del pianeta. In un villaggio circondato da disseminati ettari di puro paradiso. Illuminato dal sole non puoi non sorridere. E di questa semplicità godeva lo gnomo. Come se ne nutrivano anche gli altri macchiatori della terra con le proprie ombre abitanti in quella luce. E’ solo quando perdi qualcosa di prezioso, che ti rendi conto del suo vero valore. E questo stava per accadere al nostro solare protagonista.” – “E come si chiama?”, ti interrompe lei…

E il tuo silenzio non è dovuto alla ramanzina che vorresti farle riguardo i tempi in cui un nome si introduce in una storia, che non è mai nè presto, nè in ritardo, ma che avviene esattamente nel momento in cui il narratore vuole che accada. No, non è dovuto a questo. E’ dovuto all’incantesimo. Mostrami o strega i tuoi reali poteri. Perchè degli scudieri del reame hai scelto me, tu principessa? Lei è così immensamente grande che a malapena immagini quanto questo sia svalutarti. Ma è eterno.

– “Fregol, Frugran, de Fragoles.”, dici facendo baciare le mani, con gli occhi rivolti verso l’alto, con una parola detta quasi in rincorsa. Lei sorride divertita, ed accenna un sospiro che lascia trapelare un piccolo gemito; mai più onesto fu il profumo in cotale circonstanza. Vi mirate un’eternità. Gli occhi si fermano, e si incontrano come nel percorso che fa l’arciere nel momento in cui mette a fuoco l’iride e tende l’arco. Da li allo scoccare della freccia voi sapreste contare il tempo? Ma qui si incontrano due traiettorie, non una.

– “Una volta aveva frugrato…”, e qui un suo altro sorriso a sottolinearti di aver colto immediatamente la licenza poetica, l’error voluto, “…nelle vecchie memorie della soffitta del tronco del suo albero, e li vi aveva trovato un libro del nonno, più esattamente una storia scritta dal nonno. Per almeno tre anni, non si sa quante volte, ed in quanti infiniti posti aveva riletto la storia della Stella d’Argento. Il libro parlava di due amici che avevano scoperto un mistero dal fascino indescrivibile, e per poterlo celare ad occhi malvagi l’avevano rinchiuso in uno scrigno di legno elfico, inventando una combinazione magica per un lucchetto interamente in argento cui incantesimo poteva essere dissolto solo pronunciando questa semplice frase: ‘stella d’argento’.

Ogni volta che leggeva quelle parole nel libro, le pronunciava con le labbra, per quanto quei semplici involucri composti di lettere creavano una musicalità genialmente sincera. Il misterioso potere rinchiuso nello scrigno era una forza straordinaria, chiamata amore, che se sprigionata allo stato puro, in quelle dimensioni spirituali, avrebbe potuto creare un immenso infinito del colore che si ottiene dal roteare delle altre tonalità, il bianco, creando inoltre l’ottavo colore. E nella storia i due amici capiscono che in realtà quel segreto che pensavano di aver custodito quasi per dovere, non era che in realtà il concretizzarsi del loro legame, dell’amore che ci può essere tra intese perfette, un particolare e raro colore di questa preziosa tavolozza. In realtà quello che custodivano era una semplice luce che erano riusciti a vedere solo loro due, grazie alla magia che creavano stando semplicemente vicini. Per tutta la loro vita avevano difeso una leggenda creata dalla loro stessa immaginazione. Fregol, Frugran, de Fragoles, che, per comodità, chiameremo Fregolfrugranfragole, ne era così assorto dall’esser arrivato a credere che esistesse, spingendosi fino al pensare di dover tentare di cercarla, quella incomprensibile e rara energia. Ed è proprio questo che avvenne…”, da bravo narratore sai quando smorzare. Lei si guarda le labbra baciarsi aperte verso l’alto, piegando leggermente la testa sul lato. Gradimento dei segni. Segno di gradimento.

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