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Genio e Sregolatezza oppure Capitolo 1

Genio e Sregolatezza oppure Capitolo 1

Se i tempi non chiedono la tua parte migliore, tu inventa altri tempi!

Baolian, Libro II vv. 16-17

A mio padre, che quattro giorni fa ha gettato il primo mattone per le fondamenta di questo breve romanzo.

Genio e Sregolatezza

Tutto ebbe inizio alla tenera età di sei anni. Mia madre sistemava la cucina. In quel momento in casa eravamo solo io e lei. Era più di un’ora che non mi sentiva né vedeva e, preoccupandosi dell’ansioso silenzio, inconsueto per un bambino di quell’età, venne a esaminare cosa stessi realmente combinando nella mia stanza. Trovò la porta chiusa, cosa assai strana poiché non ero e non sono una di quelle persone che cerca la privacy rinchiudendosi in spazi chiusi.

Aprì la porta in maniera quasi impercettibile, spingendola giusto quei centimetri necessari per sbirciare inserendo di soppiatto la testa. L’istantanea che focalizzarono le sue iridi non permetteva spiegazioni razionali. Avete presente quei blocchi di foglietti quadrati per appunti alti come un barattolo di Nutella, utilissimi vicino al telefono per segnarsi numeri, informazioni ma spesso scarabocchiare forme geometriche di nessuna vitale importanza? Beh, da quelli che avevo io all’ingresso della mia vecchia casa potevi ricavarne quasi cinquecento fogli. Un esercito di cellulosa.

Tutte le mensole della camera erano piene di aeroplanini da guerra ecologici, ognuno di essi ovviamente contraddistinto con un numero sequenziale diverso. Al centro della stanza c’ero io, seduto a gambe incrociate, circondato da un’ondata di barchette di carta, anch’esse numerate e marchiate dal simbolo della stella, una macchia bianca capace di coprire interamente quel pavimento in parquet di rovere scuro di cui amavo la composizione fatta di listelli posti a spina di pesce. Alzai il viso cercando gli occhi di mia madre di cui avevo avvertito la presenza. Non dissi niente. E neanche lei.

Non c’era niente da dire. Segretamente penso che, chiudendo la porta con la stessa leggerezza con cui l’aveva aperta, una volta fuori mia madre abbia avuto un pensiero semplice. O è pazzo o è un genio, probabilmente entrambe le cose, poiché immagino che la pazzia possa essere razionale nel momento in cui ci sia traccia di una certa genialità.

Ad otto anni polveri di genio e sregolatezza vennero annusate anche dalla mia maestra delle elementari, Riccioli dell’oro del grano. Una mattina le dissi che avevo scoperto un comportamento particolare che mostravano i numeri. Le posi dei fogli di carta che lei esaminò con cura ed attenzione, portando con quel gesto automatico, che ancora ricordo nitido nella memoria, gli occhiali che teneva appesi al collo sul naso. Con molta semplicità le spiegai che la somma di due numeri interi adiacenti era pari alla differenza del quadrato dei numeri stessi. Prendendo ad esempio il numero due ed il tre, la loro somma, con chiara evidenza, è cinque, ma anche sottraendo i loro quadrati, nove meno quattro, si ottiene la stessa cifra. Rimase ben venti minuti in silenzio testando quella teoria con varie sequenze di numeri. Anche lei non disse niente. Io non dissi niente. Non c’era niente da dire.

Continuo però a pensare che se le chiedessero di raccontare un aneddoto che riuscisse a spiegare perché di tanti bambini adorava me, forse racconterebbe un’altra storia.

Era tempo di carnevale. Adoravo il carnevale. Adoravo mascherarmi. Cose che adoro tutt’ora. Si dice che un uomo mente, ma porgetegli una maschera e vi dirà la verità. Pochi giorni prima la mia classe era stata punita dalla maestra per non ricordo quale preciso motivo, vagamente il solito chiasso e disordine che può creare una qualsiasi mandria di scolari di quell’età, magari in quella occasione in maniera più accentuata. Così ci era stato vietato di festeggiare, avremmo dovuto svolgere la lezione regolarmente. Il giorno di Carnevale mia madre mi accompagnò in classe, poiché era consuetudine per i genitori del Sud nei giorni di festa portare cibo e bevande, ovviamente nella misura che un bambino di otto anni non poteva sostenere. Anche in quella circostanza la sorpresa per mia madre era celata da una singola porta. Aprendola si trovò dinanzi tutti i miei compagni in grembiule dediti all’ascolto della lezione. Vestito da principe indiano con un pennacchio lunghissimo presi tranquillamente posto al banco. La maestra guardò dapprima mia madre, incredula, poi mi rivolse una semplice domanda: “Fregoli, perché ti sei mascherato, la classe era in punizione, non ricordi?” – e la mia risposta fu altrettanto semplice: “Certo che me lo ricordo, ma io sono stato buono!”. Uscirono chiudendo la porta sia lei che mia madre. Risero di gusto. Dopodiché Riccioli dell’oro del grano guardò mia madre e le disse che per lei i bambini a cui insegnava erano tutti uguali, ad egual misura li giudicava e li amava, ma con me non poteva, del resto non si può quando in un mondo di mostri e normali, sembrano i mostri la tendenza più geniale. Essere. Speciale. La maestra aprì la porta e diede alla classe il permesso di unirsi al resto della scuola per festeggiare il carnevale. Un piccolo passo per l’uomo. E questo è solo l’inizio.

A otto anni volevo la batteria, mamma rise. Ma io volevo veramente la batteria.

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